17:27 - domenica 12 febbraio 2012

GLI ALLIEVI ATTORI DELL’ACCADEMIA TEATRALE “CITTÀ DI TRIESTE” CHIUDONO IL CORSO BIENNALE CON CECHOV. A SEGUIRE L’ASSEGNAZIONE DEL PREMIO “ELENA VITAS”.

teatro_la_contradalogopngbigbigMartedì 2 giugno alle 20.30 al Teatro Orazio Bobbio gli allievi del terzo Corso biennale per Allievi Attori dell’Accademia Teatrale Città di Trieste promossa dall’Associazione culturale la cantina affronteranno il saggio finale di recitazione sotto la direzione di Francesco Macedonio.

Se per il saggio finale dei ragazzi del secondo biennio il regista e Direttore artistico della Contrada aveva scelto Schnitzler come banco di prova, per gli allievi del biennio 2007/2009 Macedonio chiude il loro percorso formativo con uno studio approfondito sul grande autore russo Anton Cechov.

Titolo dello spettacolo sarà Brevi storie d’amori brevi”, antologia di testi cechoviani ispirati all’amore in tutte le sue forme, che lo stesso regista ha selezionato per l’occasione. In questo collage di testi memorabili, l’amore viene declinato in tutte le sfumature del sentire umano. La passione, la delicatezza, l’incomprensione, il sacrificio, l’egoismo si intrecciano in queste vicende a volte drammatiche, a volte dolorosamente ironiche, a volte sentimentali, che permettono ai giovani aspiranti attori di affrontare una prova recitativa difficile ma entusiasmante

Nipote di servo, figlio di droghiere, Anton Cechov nasce nel 1860 a Taganrog, porto del Mar d’Azov. L’infanzia all’ombra di un padre tirannico, in una famiglia di sei figli, è difficile. Sognatore, innamorato della natura, apprende rapidamente a sopravvivere in solitudine al centro di una famiglia numerosa ed all’ombra della tirannia paterna. Dopo avere terminato il liceo, raggiunge nel 1879 i genitori, che, a seguito del fallimento del padre, si sono trasferiti a Mosca. Cechov scrive inizialmente dei brevi vaudeville, rappresentati con successo, che lo affinano sull’uso sapiente dei caratteri e dei tipi, prima di terminare Ivanov (1889), la sua prima grande pièce, quindi Spirito dei boschi, che, rimaneggiato, diventa Zio Vania (1897). L’autore stesso trova che le sue opere non si prestino al gioco scenico, mentre la critica gli rimprovera di disprezzare la forma drammatica. Le prime messe in scena dello Spirito dei boschi e del Gabbiano (1896) sono d’altronde dei fallimenti. Portando sulla scena la vita nella sua continuità, imponendo il tempo narrativo del romanzo, Cechov sembra “deteatralizzare” il teatro.
Ma, nei fatti, scopre una struttura drammaturgica nuova caratterizzata dalla soppressione dell’eroe a beneficio del gruppo – un coro sprovvisto di “centro” dove ciascuno conserva tuttavia la sua individualità -, dai piccoli intrighi distribuiti tra personaggi anch’essi episodici, dal miscuglio dei generi (dramma, farsa, commedia, tragedia), dall’importanza del tempo e dalla composizione paradossale. Se c’è poca azione apparente, se i personaggi si distinguono per la loro aspirazione a trasformare il mondo e la loro inattività, sono tuttavia lungi dal rimanere immobili in scena: Cechov li presenta in un quotidiano scelto, d’occasione, sia durante feste familiari (anniversari, incontri ufficiali, balli, scampagnate), sia durante eventi drammatici (incendi, vendita di una proprietà, partenze), altrettanti punti di snodo delle vite individuali e collettive.
Non a caso – altro ottimo motivo per far affrontare Cechov ai diplomandi allievi di una scuola di teatro – la teatrografia di Cechov ispira, all’inizio del XX secolo, al regista Stanislavski una teoria della recitazione fondata sulla ricerca della sincerità, sull’espressione degli stati d’animo e dei mezzi toni. Cechov, allo stesso tempo medico e uomo di lettere, crea un’opera che è inizialmente sinonimo di nostalgia sentimentale e d’esotismo slavo, ma che col tempo rivela una visione lucida, crudele e fondamentalmente tragicomica della condizione umana.
I dodici allievi che daranno vita in scena a queste “Brevi storie d’amori brevi” sono Jessica Acquavita, Enrico Bergamasco, Paolo Boschetti, Myriam Cosotti, Francesco Paolo Ferrara, Elisa Giordano, Elisa Pozzetto, Cristina Sarti, Omar Scala, Francesco Sgro, Daniele Tenze e Giulia Terzani. Musiche di Carlo Moser, costumi e allestimento scenico a cura di DACO srl, trucco di Cecilia Nordio.
In concomitanza con il saggio finale del terzo Corso biennale per Allievi Attori, che sarà introdotto dal Direttore artistico dell’Accademia Antonio Salines, avrà luogo anche la seconda edizione del Premio “Elena Vitas”, Borsa di studio dedicata alla memoria della regista scomparsa nel 2002, destinata all’allievo che maggiormente si è distinto in questi due anni di percorso formativo.
La prima Borsa di Studio “Elena Vitas” fu istituita dalla famiglia della regista nel 2005 e venne assegnata ad Andrea Germani, neodiplomato del primo Corso per Allievi Attori dell’Accademia “Città di Trieste”. Anche la seconda Borsa di Studio sarà assegnata ad uno degli allievi della scuola di teatro della cantina: il nominativo del vincitore sarà reso noto martedì sera al termine dello spettacolo e riceverà il riconoscimento alla presenza della famiglia Vitas.

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