Un magico tocco di colore blu cobalto, forse ispirato alla splendida scenografia dell’Alto Adriatico, che Arturo Rietti godeva dal suo atelier situato per parecchi anni nella monumentale cupola di Palazzo Carciotti, rappresenta il raffinato sigillo criptico e l’istintivo Leitmotiv di molti ritratti realizzati dal pittore triestino tra l’ultimo decennio dell’ottocento e il primo ventennio del novecento. A questo artista aristocratico e nel fondo passionale, amico di Puccini e figlio del suo tempo, la Belle Époque, ma capace “in nuce” di modernità, la cui prosa pittorica può paragonarsi agli eleganti schizzi letterari dello scrittore russo Ivan Turgeniev, la Fondazione CRTrieste dedica il decimo volume della sua prestigiosa Collana d’Arte.
“L’autore” sottolinea il presidente Massimo Paniccia “fu una delle figure di primo piano della pittura triestina dei primi decenni del secolo scorso ed ebbe larga e meritata notorietà non solo a Trieste, ma anche nel resto del paese, ottenendo importanti riconoscimenti come il Premio Internazionale di Parigi all’Esposizione universale del 1889”. Per non parlare della medaglia d’oro ricevuta nel 1897 all’Esposizione per il ritratto femminile al palazzo Reale di Monza, di quella ottenuta all’XI Esposizione Internazionale al Glaspalast di Monaco nel 1891 a soli 28 anni (era nato a Trieste nel 1863 e sarebbe mancato a Fontaniva nel ’43) e delle numerose partecipazioni alle più significative rassegne internazionali dell’epoca, tra le quali la München Secession, la Biennale veneziana, la Permanente e la Triennale di Milano, l’Esposizione internazionale di Belle Arti e la Quadriennale di Roma, l’Esposizione universale di Milano e l’Esposizione nazionale di Brera.
Il libro s’innesta sul filone avviato e sperimentato delle monografie che la Collana d’Arte della Fondazione CRTrieste ha pubblicato negli ultimi anni, quale ideale continuazione di quella edita dalla Cassa di Risparmio, rendendo omaggio ad alcuni tra i più significativi protagonisti del novecento triestino, da Guido Sambo a Bruno Croatto, da Adolfo Levier a Giorgio Carmelich, da Gino Parin a Glauco Cambon, Vito Timmel, Giuseppe Barison ed Eugenio Scomparini, punte di diamante di una generazione di artisti dal talento speciale, formatasi nella Trieste a cavallo tra ottocento e novecento, a testimonianza della vivacità di quel peculiare periodo della storia culturale cittadina. A curare la collana è Giuseppe Pavanello, eminente studioso e docente, attuale direttore dell’Istituto di Storia dell’arte della Fondazione Giorgio Cini di Venezia, che nell’introduzione al volume – il quale si avvale di un approfondito saggio critico di Maurizio Lorber e dell’apparato iconografico di Paolo Bonassi – traccia un’acuta nota sulle opportunità di sviluppo creativo e sperimentale che il talento aveva offerto al pittore, ma che questi non colse, già abbastanza compiaciuto del fatto che “tutti passavano dal suo studio, ‘celebrità’ comprese, da Croce a D’Annunzio, a Toscanini”.
L’importante pubblicazione, impaginata su uno’elegante sfondo candido, con cui la Fondazione apre di volta in volta una finestra, nel suo complesso inedita, sulla storia e la realtà triestina di un periodo cruciale del nostro passato, è corredata in modo esaustivo da numerose tavole a colori e in bianco e nero e da accurate e interessanti schede, che documentano ampiamente la lunga e fiera carriera del maestro. L’itinerario va dagli esordi a olio dei primi anni ottanta dell’ottocento, avvenuti a Trieste e in Toscana, ai prediletti pastelli, ai numerosi autoritratti, ai vigorosi disegni preparatori e non, al catalogo dei disegni e dei ritratti raccolti nell’archivio fotografico (fondamentale per ricostruire il corpus delle opere, disperse ovunque), fino agli ultimi lavori degli anni trenta e dei primi anni quaranta, alcune un po’ irrigidite dal clima e dal gusto novecentista e, implicitamente, da quel ritorno all’ordine di sarfattiana memoria che egli in realtà detestava, così come non amava la “Sarfattaccia” (Margherita Sarfatti, promotrice del movimento “Novecento”).
Nel volume viene però dato spazio anche alle altre tematiche affrontate dall’artista e non abbastanza sceverate e sviluppate da lui stesso, come per esempio il paesaggio delle nostre rive, che traluce fascinoso da vetrate umide di mare, o come la capacità di sintesi evidente nella veduta di Trieste da palazzo Carciotti del ’94, che va di pari passo, quanto a innovazione, con il tocco felice ed essenziale del ritratto della moglie Irene Riva, stilato cinque anni più tardi. Una esemplificazione cosciente, da parte di Rietti, delle istanze della modernità, sicuramente stimolata dall’agognato soggiorno monacense, con la frequentazione dal 1884 al 1886 dell’Accademia di Belle Arti, cenacolo che qualche anno più tardi avrebbe ospitato artisti del calibro fondamentale di Klee e di Kandinskij, i quali di lì a poco sarebbero divenuti maestri dell’avanguardia.
Partito giovanissimo e deciso lungo la strada dell’arte, contro la volontà dello zio tutore (il padre, commerciante greco di Zante di fede ebraica, era mancato nel 1871) e con l’appoggio della nonna e della madre, anch’essa appartenente a un’agiata famiglia triestina ebrea, Rietti, temperamento suscettibile e poco pratico, irredentista convinto, inizia, curiosamente, con la creazione di caricature, realizzate a soli 19 anni, per l’edizione illustrata de “Il Piccolo” della domenica. Successivamente a Monaco è sostenuto dall’insegnante greco Nikolaos Gysis e conosce il celebre ritrattista tedesco Franz von Lembach. A soli 23 anni viene segnalato sul Corriere della Sera quale artista di sicuro talento: “V’è un giovane” scrive il Guida “che si presenta per la prima volta con cose tanto notevoli, studii e impressioni così seriamente originali da destare le più alte speranze. Intendo dire un triestino toscanizzato e vivente ora nell’ambito milanese”. A Milano, Parigi,Vienna, Trieste, città quest’ultima in cui cambierà abitazione ogni anno, Rietti, inquieto e instancabile giramondo, muta con grazia la propria maniera giovanile di gusto verista, orientandosi, anche in virtù dell’esperienza monacense, verso un impressionismo del tutto personale, arricchito dal rapporto artistico e amichevole, che lo legò per anni a Paolo Troubetzkoy, il principe scultore di origine russo-americana, cui era accomunato da uno stile rapido e sicuro. E la cui influenza fu determinante nella maturazione del suo linguaggio – così come lo furono quella di Emilio Gola e dell’ambiente milanese della seconda metà dell’ottocento – tant’è che i pastelli di Rietti potevano essere considerati una sorta di traduzione pittorica dei ritratti scultorei di Troubetzkoy.
Un velo di malinconia chiude però l’esistenza di Rietti – che aveva firmato i ritratti di D’Annunzio, di Benedetto Croce, di Bugatti, di molti maestri e compagni di scherma, di Puccini e di Toscanini, dell’alta borghesia e della nobiltà triestina e internazionale – perchè negli anni senili non apprezza il nuovo corso della pittura, quale si palesa nel terzo e quarto decennio del secolo scorso. Confinato, dopo la sua morte, nell’ambito del mercato antiquariale, questo approfondimento storico e critico sulla sua figura di artista e di uomo, chiarendone le premesse, restituisce l’antica dignità e il valore di un tempo alla sua opera.
Marianna Accerboni
05.03.09 Arturo Rietti: la Fondazione CRTrieste dedica il decimo volume della sua prestigiosa Collana d’Arte.
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